giovedì 20 luglio 2017

Dettagli che contano



Tra un episodio e l'altro della tua serie preferita, capisci che stai perdendo tempo continuando a guardare "Una mamma per amica", i tuoi sensi di colpa superano la tua dipendenza.
Ti fai un caffè e ti metti su google. 
Dopo aver inviato una o due candidature, passi ai pezzi forti:
i siti delle grandi aziende.
 Sai che sono le 15.00 del pomeriggio e che per la grande quantità di informazione da inserire potresti passare ore anche su un unico sito. 

Credo che un caffè non basti.

La noia prese il sopravvento dopo aver inserito le informazioni base: nome, cognome, data di nascita, indirizzo, codice fiscale, numero di telefono e mail. 
Hai ancora dalle 5 alle 6 pagine da compilare. 
Rimani spiazzata quando trovi scritto "data del diploma".
 Ricordi a stento quella della laurea triennale e solo perché era il giorno del compleanno di tua zia, ma non hai collegamenti con l'ultimo giorno di esame di un'afosa estate di molti anni addietro. Vorresti avere la memoria edipica di Sheldon Cooper - non avendola - bestemmi in aramaico.

Ora cosa metto?

 Ti fai i calcoli che reputi plausibili e inventando il giorno, passi alle caselle successive dove bisogna scrivere le informazione della laurea triennale. 
Metti il voto; lo richiedono senza che possa essere facoltativo il suo inserimento e poi infine di nuovo la data. Questa, nonostante tu la sappia, sbagli ad inserirla, metti il giorno della laurea magistrale. 
 Vorresti picchiare chi ha creduto indispensabili tali informazioni. 

Maledetti!

Clicchi sulla freccia in alto a sinistra dello schermo, che ti porta alla schermata principale cancellando tutto il lavoro fatto fino a quel momento. 
Inveisci, bestemmi nuovamente in lingue che nemmeno conosci e ricominci. 
Rimetti di nuovo le informazioni base, date, voti, le università, il liceo, le vie esatte di tutti gli istituti che hai frequentato nella tua vita. 


Arrivata alla penultima pagina, capisci che presto ti chiederanno pure il numero di mutande che porti e quasi, quasi, vai a dare una controllatina perché con la mente spappolata a fornire tutte quelle informazioni ti dimentichi la misura del tuo intimo.

Ma si, mai dire mai!



Sei all'ultima pagina, dove finalmente puoi inserire il cv - l'unico che reputi utile.
Stai per premere invio, ma ti squilla il cellulare e mentre conversi con la tua amica, raccontandogli tutta la tua frustrazione che hai accumulato fino a quel momento, per sbaglio chiudi la pagina internet.
Devi iniziare da capo.

Non ci voglio credere.

Sconfortata, con in bocca parolacce impronunciabili, ti arrendi e prometti a te stessa che lo farai un altro giorno.

Non ti resta che aspettare che inizi un'altra puntata di "Una mamma per amica".


                                                                                                 

                                                                                               La disoccupata

martedì 18 luglio 2017

Il girasole


Fui sopraffatta dalle conseguenze che vennero dopo aver attraversato mezza città per fargli una sorpresa. 
Le sorprese non vanno fatte!! Possono sembrare, nel nostro immaginario, situazioni estremamente emozionali, di quelle positive, purtroppo la mia realtà era un'altra. 
Avete presente quando sai che stai per fare la cosa sbagliata, ma la fai lo stesso? 
  Io decisi di farla nonostante sentissi una piccola vocina - detta sesto senso - che mi sussurrava: no! Non fare niente! vatti a comprare un paio di scarpe, stai in giro con le amiche, torna a casa al solito orario...
Io, invece, quella vocina interiore non l’ho mai ascoltata; se solo avessi accettato il suo consiglio, sarei stata felice, cornuta ma con dei sandali fantastici.
Ora, mi ritrovo infelice, cornuta e senza nulla di nuovo ai piedi.

Tornai a casa un’ora prima del previsto con in mano il suo fiore preferito, un girasole. 

Per trovarlo andai in una decina di fiorai, senza successo, finché scoprii che marzo non era il mese adatto per acquistarlo. L’ultimo fioraio mi disse che la fioritura avviene da agosto ad ottobre. 
Dovevo arrendermi: per il nostro anniversario non gli avrei regalato nemmeno un fiore. 
Non volevo prenderne altri, perché nessuno di quelli mi ricordava lui, ma poi mi voltai e ne vidi uno finto, un girasole di stoffa dall’altro lato della strada. Era messo all'interno di un lungo vaso di plastica davanti l’ingresso di un negozio cinese. Corsi per vederlo da vicino. Per quanto non fosse vivente, il materiale con cui era fatto lo rendeva un fiore finto da comprare.
Giravo per Milano con questo grande fiore in mano, felice.

Presi al volo la metro e rimasi alzata tenendomi ad uno dei pali. Fui contenta di non aver trovato quello vero, perché compresi che in mezzo a quella confusione di persone, fin troppo vicine le une alle altre, si sarebbe appassito o rovinato, ma quello che trovai - senza cercare - rimase intatto, perfetto.
  Quando fui davanti la porta di casa, lo poggiai a terra per prendere le chiavi da dentro la borsa stracolma. Mi venne voglia di suonare il campanello, ma non lo feci e comunque sotto il portoncino del palazzo era aperto. Tutto stava andando come nei miei piani, chissà perché non avevo considerato possibili e reali variabili, come ad esempio: stare con uno stronzo.
  Attraversai il disimpegno dell’ingresso in silenzio, sapevo dove poteva essere in quel momento e fino all’ultimo volevo coglierlo alla sprovvista, ma fu lui...loro, a cogliere me di sorpresa.
Non mi resi conto che dei mocassini marroni numero 38, da donna, fossero accanto la porta che avevo appena varcato. 
Ero troppo gaia per notare dettagli, per me quelle scarpe che intravidi erano le mie.
Non era in cucina ed andai verso la stanza matrimoniale.

Lo trovai a letto con un’altra, nel nostro letto con la mia capo-redattrice.







mercoledì 12 luglio 2017

Come imparare l'inglese



Il giorno successivo il colloquio ti deprimi al ricordo di come sia andata e dopo aver inviato altre candidature, ti ritrovi sola in casa senza niente da fare. 
Guardi a destra, poi a sinistra, cercando l'ispirazione per come passare il tempo.
Ti senti una pensionata, ancora prima di aver sgobbato anni e anni dentro un ufficio con accanto la collega antipatica e invidiosa di turno.
Le tue amiche - quelle che reputi fortunate - su whatspp ti raccontano gli avvenimenti lavorativi, tutto quello che gli succede, nel bene o nel male. 
Tu ti senti in difetto, anche quando una di loro, ti invia la foto di lei chiusa in bagno che piange, dopo l'ennesima sfuriata del capo.
  Tu invece cosa puoi raccontare? Di aver rifatto il letto, sistemato gli armadi, inviato i cv? 

Dalla laurea al pensionamento con in mezzo la vita da casalinga speditrice di curricula!

Basta! Ti sei decisa a fare qualcosa, non sai bene cosa, ma qualcosa.
Riguardi bene il cv, per cercare le competenze in cui sei più carente e per sfruttare il tempo libero per accrescerle. 
Alla voce conoscenze linguistiche capisci che il tuo fardello, quello che ti porti praticamente dalla nascita, è lì presente e visibile a tutti: il tuo maledetto B1 di inglese.
Tutti ti dicono di mettere un livello superiore, di modificare con un po' di fantasia il cv, ma l'idea ti fa rabbrividire, perché sai che se menti, quella che farà scena muta, sei tu, mica loro. 

Ecco perché non mi chiamano, per la mia conoscenza dell'inglese.

Poi ci pensi e ti domandi come sia possibile, che in Italia, praticamente nessuno sa bene questa lingua, tutti la richiedono negli annunci di lavoro ma pochi di quelli che lavorano la conoscono.

Come hanno fatto a superare il colloquio?

Saranno fortunati, o abbastanza sicuri di rispondere per quel poco che sanno, fingendosi per quello che non sono. Tu, purtroppo non ne sei capace e invece che sparare cazzate di fronte a sconosciuti, scrivi la verità e te ne freghi. 

Rimarrò disoccupata.

Recuperi tutti i libri delle superiori e dell'università di grammatica inglese. 
Ti impegni, fai gli esercizi, ripassi anche le cose che sai meglio.  
Ti iscrivi a una community straniera, ma alla prima avversità incontrata con un ragazzo del Belgio, decidi di cancellare l'account. 
Gli esercizi ti incominciano ad annoiare, allora scarichi l'app per imparare le lingue. 
Inizi con tre volte al giorno, dopo una settimana ti dimentichi pure perché l'hai scaricata, dato che ti occupa tutta la memoria del cellulare. 
La cancelli.

Non serve a niente.


Un pomeriggio, però, trovi la soluzione alternativa: 

serie tv in lingua originale con sottotitoli in inglese. 
Ti prepari con gli spuntini e ti accomodi sul divano.



Questo funzionerà.


Dopo 5 minuti di Un mamma per amica I stagione, con il telecomando in mano, cambi l'episodio mettendolo in lingua italiana con i sottotitoli in inglese.
I dialoghi sono troppo veloci e credi di non aver avuto altra possibilità.

Ma si, imparerò lo stesso.

Arrivata alla V stagione, sei convinta che il tuo B1 può rimanere stampato in bianco e nero sul tuo curriculum, comodamente, proprio come te, sul favoloso e soffice divano.



                                                                                                                        
                                                                                                                        
                                                                                                               La disoccupata

giovedì 6 luglio 2017

Out of work- Il colloquio



Il giorno del colloquio, ti parti di casa due ore prima, nell'eventualità che ci possano essere problemi con la metro o imprevisti di altro tipo. 
  Raggiungi il posto un'ora prima, ma è troppo presto per presentarti, sarebbe da matti citofonare disturbando la gente che lavora - eh si loro lavorano - l'unica cosa che ti viene in mente è fare un giro per i negozi presenti nel circondario. 
Lo fai. 
"Lasci gli occhi" in un paio di scarpe in una vetrina che vende calzature fighissime, ma sei una disoccupata squattrinata e con tanta immaginazione - per fortuna quella non si paga - sogni di indossarle e di andare a fare il colloquio con quelle nuove e scintillanti paio di scarpe ai piedi.
   Ti siedi in un bar, ordini la cosa più economica, sempre seguendo lo stesso principio di "povertà occupazionale" e apri gli annunci di lavoro sul telefonino, quelli non ti abbandonano mai.
Trovi un annuncio eccezionale, datato di tre giorni, ti candidi scoprendo che l'hai già fatto.
Questo ti affranta un po', ma poi ci ragioni e pensi:

Bene, se non mi prenderanno, speriamo almeno che mi chiamino loro.

Oh la positività, che brutti scherzi che tira.
  Ti alzi dalla sedia, ti incammini perché manca un quarto d'ora e sai che potresti aspettare sotto il semaforo un paio di minuti, attraversare la strada, citofonare ed arrivare in anticipo, ma non troppo esagerato.
  Mancano più di 5 minuti alle 11.00 quando ti ritrovi in ascensore, ti sudano le mani, i capelli sono orribili e te ne accorgi guardandoti nello specchio. 
Sei sola, ti osservi meglio e ti auto-motivi: 

"Forza e coraggio, puoi farcela!"

Arrivi, saluti, ti presenti e attendi in una poltrona di pelle nera, che non è più in voga dai terribili anni '80. La pelle, lo stress, la temperatura del corpo che aumenta e ti ritrovi subito in una pozza d'acqua.

Perché non li avete comprati traspiranti come le suole delle Geox?

Cerchi in tutti i modi di darti una calmata, strofinando le mani lungo i pantaloni neri, quelli che ha sottratto dall'armadio di tua sorella, che fanno tanto professional.
Abbassi lo sguardo verso la camicietta, cercando possibili macchie provocate dallo spuntino di pochi minuti prima. 
Per fortuna tutto sta al posto giusto.
  Togli la giacca colorata; l'hai indossata color cachi giusto per non sembrare un Men in Black, ma malauguratamente ti accorgi di avere le ascelle pezzate.

No no, non posso toglierla, e se andassi in bagno ad asciugare le macchie di sudore? Che schifo! Che idee mi vengono?

La rimetti, fa caldo, sudi e non c'è l'aria condizionata.
  Ti chiamano, fai un respiro profondo, ti alzi da quella poltroncina scomoda e che al minimo movimento sembra emettere flatulenze.
Sei contenta di allontanarti da quel angolo della stanza, ma stai per entrare in un'altra, sapendo di essere sotto osservazione e questo non ti piace.

Maledetta insicurezza!

Ti chiedono di accomodarti, che sta per arrivare il selezionatore e te lo immagini così, proprio come avevi fantasticato il giorno prima:















carino, simpatico, empatico, così bravo, da saperti mettere a tuo agio, facendo uscire il lato meglio di te.




ma dopo 5 minuti eccolo:















serio, antipatico, annoiato, troppo formale e ti fa agitare il suo atteggiamenti disinteressato.



Non sai se vuoi scappare o nasconderti sotto la scrivania, ma nessuno di queste soluzioni fa di te una persona adulta, capace di affrontare la situazione che potrebbe farti entrare nel mondo del lavoro.
Deglutisci.
Rispondi a tutte le domande, senza alcuna capacità di sorridere, non ti senti te stessa.
Le sue braccia incrociate e lo sguardo da pesce appena sottoposto ad una griglia rovente, non ti aiuta ad esprimenti come vorresti e in più non dimentichiamoci di lei: l' Ansia.
Non ragioni più, ti gira pure la testa, respiri, ti metti dritta con la schiena, mentre lui guarda con svogliatezza il foglio con il tuo cv.

Chissà che starà leggendo?

Ti fa tre domande generali, senza aver ascoltato le tue risposte e infine ti dice che il colloquio è finito, aggiungendo la capostipite di tutte le frasi: Le faremo sapere.
Ti vergogni a dargli la mano sudata, ma gliela devi dare per educazione, mostrando tutta la tua umidiccia vulnerabilità.
Lo saluti e vai via con la speranza che la tua emotività non abbia giocato brutti scherzi.

Magari non si è accorto che ero agitata, in fin dei conti nemmeno mi ha guardato

Ripassi dalla vetrina, riguardi quelle favolose scarpe e presa da un insensato entusiasmo, dici tra te e te:

"Piccole un giorno sarete mie"

Dopo due settimane, ti ritrovi davanti il pc, con indosso il pigiama e accanto una barattolo di gustoso gelato alla vaniglia, pronta con l'estenuante maratona della ricerca di un lavoro.







La disoccupata