Lei sopra di lui.
Li guardai per pochi
secondi, sconcertata - senza avere modo di ragionare - i sentimenti che provavo
per lui presero il sopravvento: scoppiai a piangere.
Lo amavo, che potevo fare
se non piangere, come prima reazione?
Ah se il cuore avesse un interruttore; in quel preciso momento avrei premuto off risolvendo il fattaccio, forse lasciandoli anche soli.
Ah se il cuore avesse un interruttore; in quel preciso momento avrei premuto off risolvendo il fattaccio, forse lasciandoli anche soli.
Asciugai le lacrime con
il dorso della mano destra, quella in cui stringevo il girasole e dopo che un
finto petalo mi sfiorò l’occhio, mi salì il sangue al cervello, gli occhi diventarono
verdi di rabbia e l’ossigeno iniziò a scarseggiare.
Entrai nella camera,
andai verso il letto e misi tanta forza per assestargli un colpo, usando come frusta il fiore su tutta la lunga bianca schiena di quella donna.
Alla
terza bastonata Paola scivolò su di un fianco; anche se, avrei preferito vederla rotolare in terra, spiaccicata come una blatta sul
pavimento. I due si staccarono e da dietro i suoi invidiati lunghi capelli
color mogano comparve Stefano, tutto nudo, come un verme e come tale si rivelò.
Era terribilmente bello, verosimilmente stronzo.
Fui “costretta” a scaraventare la mia “pacatezza” su di lui, che ebbe pure, in quel momento, l’audacia di rivolgersi a me implorando di smettere.
Io? Avevo una sola scelta,
continuare, mettendoci tutta la forza, sperando che si potesse fare male con un
fiore di plastica.
Cadde un petalo a terra. Quel girasole che
era rimasto intatto fino ad allora si stava disintegrando – loro, avevano
qualche piccolo graffietto, lei dietro, lui davanti.
Mi fermò una mano, non so bene quale lo
fece, delle tante che si trovavano in quel letto.
Cosa credevano? Che avrei
dovuto rilassarmi, respirare, parlare con loro?
Mi dicevano di stare calma e più lo facevano più un fuoco dentro di me divampava, mi aggrediva la mente, mi uccideva la ragione: stavo uscendo di senno, diventando pazza e lo volevo!
Mi appagava farmi vedere
come una strega, per poter improvvisare pazzie
senza autocontrollo. Una folle di cui aver paura. Sì, sì, questo potere malvagio mi faceva stare bene.
Urlai.
Mi sedetti sulla poltrona accanto al letto con gli occhi spiritati che fissavano il vuoto e pensai che avevo lasciato Paola in ufficio quando ero uscita da lavoro, di averla salutata, baciata sulla guancia.
Lei sapeva le mie intenzioni, sapeva della sorpresa che stavo organizzando per Stefano e, assecondandomi, aveva affermato
che era un’ottima idea, che facevo bene.



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