Il giorno del colloquio, ti parti di casa due ore prima, nell'eventualità che ci possano essere problemi con la metro o imprevisti di altro tipo.
Raggiungi il posto un'ora prima, ma è troppo presto per presentarti, sarebbe da matti citofonare disturbando la gente che lavora - eh si loro lavorano - l'unica cosa che ti viene in mente è fare un giro per i negozi presenti nel circondario.
Lo fai.
"Lasci gli occhi" in un paio di scarpe in una vetrina che vende calzature fighissime, ma sei una disoccupata squattrinata e con tanta immaginazione - per fortuna quella non si paga - sogni di indossarle e di andare a fare il colloquio con quelle nuove e scintillanti paio di scarpe ai piedi.
Ti siedi in un bar, ordini la cosa più economica, sempre seguendo lo stesso principio di "povertà occupazionale" e apri gli annunci di lavoro sul telefonino, quelli non ti abbandonano mai.
Trovi un annuncio eccezionale, datato di tre giorni, ti candidi scoprendo che l'hai già fatto.
Questo ti affranta un po', ma poi ci ragioni e pensi:
Bene, se non mi prenderanno, speriamo almeno che mi chiamino loro.
Oh la positività, che brutti scherzi che tira.
Ti alzi dalla sedia, ti incammini perché manca un quarto d'ora e sai che potresti aspettare sotto il semaforo un paio di minuti, attraversare la strada, citofonare ed arrivare in anticipo, ma non troppo esagerato.
Mancano più di 5 minuti alle 11.00 quando ti ritrovi in ascensore, ti sudano le mani, i capelli sono orribili e te ne accorgi guardandoti nello specchio.
Sei sola, ti osservi meglio e ti auto-motivi:
"Forza e coraggio, puoi farcela!"
Arrivi, saluti, ti presenti e attendi in una poltrona di pelle nera, che non è più in voga dai terribili anni '80. La pelle, lo stress, la temperatura del corpo che aumenta e ti ritrovi subito in una pozza d'acqua.
Perché non li avete comprati traspiranti come le suole delle Geox?
Cerchi in tutti i modi di darti una calmata, strofinando le mani lungo i pantaloni neri, quelli che ha sottratto dall'armadio di tua sorella, che fanno tanto professional.
Abbassi lo sguardo verso la camicietta, cercando possibili macchie provocate dallo spuntino di pochi minuti prima.
Per fortuna tutto sta al posto giusto.
Togli la giacca colorata; l'hai indossata color cachi giusto per non sembrare un Men in Black, ma malauguratamente ti accorgi di avere le ascelle pezzate.
No no, non posso toglierla, e se andassi in bagno ad asciugare le macchie di sudore? Che schifo! Che idee mi vengono?
La rimetti, fa caldo, sudi e non c'è l'aria condizionata.
Ti chiamano, fai un respiro profondo, ti alzi da quella poltroncina scomoda e che al minimo movimento sembra emettere flatulenze.
Sei contenta di allontanarti da quel angolo della stanza, ma stai per entrare in un'altra, sapendo di essere sotto osservazione e questo non ti piace.
Maledetta insicurezza!
Ti chiedono di accomodarti, che sta per arrivare il selezionatore e te lo immagini così, proprio come avevi fantasticato il giorno prima:
carino, simpatico, empatico, così bravo, da saperti mettere a tuo agio, facendo uscire il lato meglio di te.
ma dopo 5 minuti eccolo:
serio, antipatico, annoiato, troppo formale e ti fa agitare il suo atteggiamenti disinteressato.
Non sai se vuoi scappare o nasconderti sotto la scrivania, ma nessuno di queste soluzioni fa di te una persona adulta, capace di affrontare la situazione che potrebbe farti entrare nel mondo del lavoro.
Deglutisci.
Rispondi a tutte le domande, senza alcuna capacità di sorridere, non ti senti te stessa.
Le sue braccia incrociate e lo sguardo da pesce appena sottoposto ad una griglia rovente, non ti aiuta ad esprimenti come vorresti e in più non dimentichiamoci di lei: l' Ansia.
Non ragioni più, ti gira pure la testa, respiri, ti metti dritta con la schiena, mentre lui guarda con svogliatezza il foglio con il tuo cv.
Chissà che starà leggendo?
Ti fa tre domande generali, senza aver ascoltato le tue risposte e infine ti dice che il colloquio è finito, aggiungendo la capostipite di tutte le frasi: Le faremo sapere.
Ti vergogni a dargli la mano sudata, ma gliela devi dare per educazione, mostrando tutta la tua umidiccia vulnerabilità.
Lo saluti e vai via con la speranza che la tua emotività non abbia giocato brutti scherzi.
Magari non si è accorto che ero agitata, in fin dei conti nemmeno mi ha guardato.
Ripassi dalla vetrina, riguardi quelle favolose scarpe e presa da un insensato entusiasmo, dici tra te e te:
"Piccole un giorno sarete mie"
Dopo due settimane, ti ritrovi davanti il pc, con indosso il pigiama e accanto una barattolo di gustoso gelato alla vaniglia, pronta con l'estenuante maratona della ricerca di un lavoro.
La disoccupata


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