martedì 22 agosto 2017

Il girasole parte III


Presi il gin e la lemon, per creare un miscuglio acidulo da mandare giù, in uno stomaco vuoto. Passavo con indifferenza tra gli altri scaffali pieni di cibo spazzatura, ma neppure quello mi invogliava a comprare qualcosa di solido, da addentare. Avrei creduto più possibile afferrare un sacchetto di patatine, un barattolo di Nutella, una confezione di gelati, pure scadenti, piuttosto che acquistare da bere, se solo avessi avuto i crampi allo stomaco per una fame fisiologica. 
 Il mio unico obiettivo era oscurare la mente, cadere in un sonno profondo e dal suo risveglio partire da quel punto tralasciando il resto.
 Mi diedi malata a lavoro. 
In fin dei conti era vero, stavo male. Avevo fitte al cuore, un mal di testa da poche ore di sonno ed ero pronta a un mal di pancia da sbronza.

Il dolore fisico avrebbe fatto diminuire quello sentimentale?


Crederlo possibile mi aveva portato a trascinarmi dentro un posto pubblico, con la testa bassa coperta dal cappuccio della felpa.
 La linea della bocca era in direzione dei miei piedi, gli occhi gonfi erano stati nascosti con accuratezza, ancor prima di scendere le scale del palazzo.
Ero in modalità “chiusa alle comunicazioni con il mondo” e la cassiera avrebbe dovuto capirlo pronunciando le sole parole di rito per farmi pagare.


Avrei gradito solo: sorriso di circostanza, saluti educati e lettura del conto/resto.
“Vuole una busta non era contemplato, nemmeno detto con gentilezza, perché in tutti i casi il mio No sarebbe stato scortese.
 La ragazza che passò le bottiglie sul lettore ottico, mi guardò un secondo e con fare veloce mi fece pagare e infine mi salutò.
<< Buona giornata >> disse, e mi sfiorò la mano dando il resto, come se avesse voluto aggiungere: 
“Io ti capisco, ci sono passata, sii forte, sono con te”.

Era una mia sensazione o avevo bisogno di sostegno, vicinanza e comprensione?

 Seduta con le ginocchia piegate e la testa sopra di esse, fissavo quel liquido trasparente dentro il suo involucro di vetro. Mi venne in mente quella volta che annoiati, decidemmo di consumare i pochi alcolici che avevamo in casa, ottenendo un intruglio vomitevole per aver mischiato troppo, in un unico bicchiere.
Era stato lui.
Da annotare: Stefano non era capace di fare i cocktail.
Presi l'agenda e iniziai a segnare i suoi “non sa fare” o “non ha”. 
Sarebbe saltata fuori una sorta di grande "minestra" stracolma di parole, che avrebbe fatto scomparire tutto quello che di buono ricordavo di lui.
 Afferrai il bicchiere che usavamo più spesso e pure quel maledetto, alla sua vista, mi ricordò di quando…

Perché non ci fanno una sorta di lobotomia, parziale, momentanea, il tempo che il cuore guarisca per poi tornare a ricordare tutto con indifferenza?
Sarebbe semplice, sarebbe fantastico, ma credo che il male dei ricordi faccia parte del processo di cancellazione dell’ex, o no?

Era giunto il momento di piantarla di pormi domande e di bere, ma prima che le mie labbra si poggiarono sul bicchiere di vetro, sentii la chiave della porta d’ingresso girare nella serratura. Corsi e rimasi immobilizzata a guardare Stefano che entrava nell'appartamento con una grande vuota valigia.



sabato 12 agosto 2017

Il girasole parte II


La mattina seguente, ho creduto, anzi, ho sperato che tutto fosse un incubo ben riuscito, forgiato dalla mia mente.
Se fosse stato un sogno, mi sarei svegliata accanto a Stefano! 
 Mi sollevai dal letto con il senso di vomito, come se fossi affogata dentro una vasca di vodka liscia. Per sicurezza, per comprendere di avere gli occhi aperti, che quello che era successo meno di 24h prima fosse vero, mi diedi un forte pizzicotto su di un braccio.
Non fu tanto il rossore sulla pelle, ma il dolore che arrivò al cervello che mi portò a dire:
No! Non ho sognato, è un incubo reale.




     Poi fui sopraffatta da un loop infinito: 
piansi, tanto, 
quasi senza smettere più, 
 risi il doppio, 
piansi e 
di nuovo risi.




All'inizio ad ogni lacrima mi coprivo il viso, ad ogni sorriso mettevo la mano sulla bocca, ma poi mi ricordai che in casa ero sola e senza freni mi trasformai in dottoressa lacrime J. e miss sorriso H.
Che brutta fine!
Mi lasciai andare a dolori e sofferenza trascinandomi dal letto al divano, attività che di certo poteva essere definita un ottimo progetto per uno stato depressivo.
 Trovavo un certo benessere nel crogiolarmi nel mio malessere.
Lasciatemi qui!
 Mi abbracciai al cuscinone che aveva il suo profumo, fingendo che lui fosse tra le mie braccia; ero come Gas Gas che stringeva le perle verdi della collana di Genoveffa, credendo che fossero piselli.
Oh piselli!
L'odiavo, però a tratti l'amavo ancora e quel fastidioso miscuglio di sentimenti, mi faceva andare di matto.
 Cercai di evitare di pensare a quello che era successo fino a quel momento e l'unica possibile soluzione per distaccarmi dai pensieri era di affogarli, di portarli nel fondo di un bicchiere riempito più di una volta.
Misi una tuta e gli occhi da sole; alle 19.00 ero dentro il mini-market sotto casa.
Se qualcuno mi avesse visto, riconosciuta, avrei solo fatto finta di non sentire, non vedere, ero un'altra, una fuori di me.







venerdì 4 agosto 2017

Test logico-matematico


Hai sempre voluto lavorare in una grande azienda, una di quelle che offre mille benefit, ma ora che ti ritrovi seduta su una seggiola davanti il test logico-matematico, hai improvvisamente cambiato idea.

Posso riuscirci! Devo ammetterlo: sono una cacasotto. 

Ti guardi intorno osservando la concorrenza.
Sono tutti ben messi, ben vestiti, sicuri di sé, almeno è quello che ostentano: una sicurezza spiazzante. Tu a stento riesci a non tenere gli occhi sgranati guardando con attenzione il test. Loro sono tutti in tailleur, tu, che l'hai sempre ritenuto un vestiario troppo classico, indossi un pantalone nero con una camicia con dei disegnini e una giacca colorata.

Pessima scelta, accidenti!

Non passi inosservata, questo è certo, ma comunque lo reputi un aspetto negativo.

Fai un respiro profondo e poi giù gli occhi sul foglio.
I primi problemi da risolvere sono di logica.
L'ami!





Riguardando le risposte che hai dato, confidi in ottimi risultati.
Giri la pagina, ed eccoli lì: i tanto odiosissimi problemi matematici.

Cosa cazzo devo rispondere?

Ti sporgi in avanti per cercare di spiare il ragazzo davanti a te, ma è un nulla di fatto, perché le sue spalle ampie coprono sia il banchetto che la ragazza due sedie davanti a lui.
Ti giri a destra, poi a sinistra, cercando aiuto, e nonostante tu faccia gli occhietti dolci, bisognosi, da fare invidia al gatto di Shrek, i tuoi vicini di banco non ti rivolgono nemmeno un rapido sguardo.

Perché dovrebbero?

A quel punto la fantasia è l'unica possibilità, ovviamente legata ad un minimo di ragionamento aritmetico.
Alla fine riesci e non sai nemmeno tu come hai fatto.
Consegni tra gli ultimi e aspetti i risultati accomodandoti in una stanzetta, insieme a tutti gli uomini e le donne versione man/woman black.


                                                                                                   
                                                                                                       La disoccupata

martedì 1 agosto 2017

Il girasole parte I


Lei sopra di lui.

Li guardai per pochi secondi, sconcertata - senza avere modo di ragionare - i sentimenti che provavo per lui presero il sopravvento: scoppiai a piangere.
Lo amavo, che potevo fare se non piangere, come prima reazione? 
Ah se il cuore avesse un interruttore; in quel preciso momento avrei premuto off risolvendo il fattaccio, forse lasciandoli anche soli.
  Asciugai le lacrime con il dorso della mano destra, quella in cui stringevo il girasole e dopo che un finto petalo mi sfiorò l’occhio, mi salì il sangue al cervello, gli occhi diventarono verdi di rabbia e l’ossigeno iniziò a scarseggiare.
Entrai nella camera, andai verso il letto e misi tanta forza per assestargli un colpo, usando come frusta il fiore su tutta la lunga bianca schiena di quella donna.
Alla terza bastonata Paola scivolò su di un fianco; anche se, avrei preferito vederla rotolare in terra, spiaccicata come una blatta sul pavimento. I due si staccarono e da dietro i suoi invidiati lunghi capelli color mogano comparve Stefano, tutto nudo, come un verme e come tale si rivelò.

Era terribilmente bello, verosimilmente stronzo.

Fui “costretta” a scaraventare la mia “pacatezza” su di lui, che ebbe pure, in quel momento, l’audacia di rivolgersi a me implorando di smettere.
Io? Avevo una sola scelta, continuare, mettendoci tutta la forza, sperando che si potesse fare male con un fiore di plastica.
 Cadde un petalo a terra. Quel girasole che era rimasto intatto fino ad allora si stava disintegrando – loro, avevano qualche piccolo graffietto, lei dietro, lui davanti.
   Mi fermò una mano, non so bene quale lo fece, delle tante che si trovavano in quel letto.
Cosa credevano? Che avrei dovuto rilassarmi, respirare, parlare con loro?






Mi dicevano di stare calma e più lo facevano più un fuoco dentro di me divampava, mi aggrediva la mente, mi uccideva la ragione: stavo uscendo di senno, diventando pazza e lo volevo!
Mi appagava farmi vedere come una strega, per poter improvvisare pazzie senza autocontrollo. Una folle di cui aver paura. Sì, sì, questo potere malvagio mi faceva stare bene. Urlai.



Mi sedetti sulla poltrona accanto al letto con gli occhi spiritati che fissavano il vuoto e pensai che avevo lasciato Paola in ufficio quando ero uscita da lavoro, di averla salutata, baciata sulla guancia.
Lei sapeva le mie intenzioni, sapeva della sorpresa che stavo organizzando per Stefano e, assecondandomi, aveva affermato che era un’ottima idea, che facevo bene.

Come non potevo non aver voglia di strangolarla? Come poteva pensare che farsi trovare nuda con lui, nel nostro letto, fosse il modo migliore di comunicarmi i loro inganni?