Presi il gin e la lemon, per creare un miscuglio acidulo da
mandare giù, in uno stomaco vuoto. Passavo con indifferenza tra gli altri
scaffali pieni di cibo spazzatura, ma neppure quello mi invogliava a comprare qualcosa di solido, da addentare. Avrei
creduto più possibile afferrare un sacchetto di patatine, un barattolo di Nutella, una confezione di
gelati, pure scadenti, piuttosto che acquistare da bere, se solo avessi avuto i
crampi allo stomaco per una fame fisiologica.
Il mio unico obiettivo era
oscurare la mente, cadere in un sonno profondo e dal suo risveglio partire da quel punto tralasciando il resto.
Mi diedi malata a lavoro.
In fin dei conti era vero, stavo
male. Avevo fitte al cuore, un mal di testa da poche ore di sonno
ed ero pronta a un mal di pancia da sbronza.
Il dolore fisico avrebbe fatto diminuire quello sentimentale?
Crederlo possibile mi aveva portato a trascinarmi dentro un
posto pubblico, con la testa bassa coperta dal cappuccio della felpa.
La linea della bocca era in direzione dei miei piedi, gli
occhi gonfi erano stati nascosti con accuratezza, ancor prima di scendere le
scale del palazzo.
Ero in modalità “chiusa alle comunicazioni con il mondo” e
la cassiera avrebbe dovuto capirlo pronunciando le sole parole di rito per farmi
pagare.
Avrei gradito solo: sorriso di circostanza, saluti educati
e lettura del conto/resto.
“Vuole una busta” non era contemplato, nemmeno detto con gentilezza, perché in tutti i casi il mio No sarebbe
stato scortese.
La ragazza che passò le bottiglie sul lettore ottico,
mi guardò un secondo e con fare veloce mi fece pagare e infine mi
salutò.
<< Buona giornata >> disse, e mi sfiorò la mano dando il resto, come
se avesse voluto aggiungere:
“Io ti capisco, ci sono passata, sii forte, sono con
te”.
Era una mia sensazione o avevo bisogno di sostegno,
vicinanza e comprensione?
Seduta con le
ginocchia piegate e la testa sopra di esse, fissavo quel liquido trasparente
dentro il suo involucro di vetro. Mi venne in mente quella volta che annoiati, decidemmo di consumare i pochi alcolici che avevamo in casa, ottenendo un
intruglio vomitevole per aver mischiato troppo, in un unico bicchiere.
Era stato lui.
Da annotare: Stefano non era capace di fare i cocktail.
Presi l'agenda e iniziai a segnare i suoi
“non sa fare” o “non ha”.
Sarebbe saltata fuori una sorta di grande "minestra" stracolma di parole, che avrebbe fatto scomparire tutto quello che di buono ricordavo di
lui.
Afferrai il bicchiere che usavamo più spesso e pure quel
maledetto, alla sua vista, mi ricordò di quando…
Perché non ci fanno una sorta di lobotomia, parziale,
momentanea, il tempo che il cuore guarisca per poi tornare a ricordare tutto
con indifferenza?
Sarebbe semplice, sarebbe fantastico, ma credo che il male
dei ricordi faccia parte del processo di cancellazione dell’ex, o no?
Era giunto il momento di piantarla di pormi domande e di
bere, ma prima che le mie labbra si poggiarono sul bicchiere di vetro,
sentii la chiave della porta d’ingresso girare nella serratura. Corsi e rimasi immobilizzata a
guardare Stefano che entrava nell'appartamento con una grande vuota valigia.



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